ESPULSO VON TRIER, FISCHIATO SCHLEINZER:
GLI EFFETTI SU CANNES DI DECENNI DI CINEMA
MINISTERIALE
E' normale. Le istituzioni reprimono, lo devono fare: chi vota chiede protezione, più raramente chiede innovazione. E' la società civile che si occupa di innovare: le istituzioni, nel migliore dei casi, colgono i segnali dello sviluppo e li amministrano.

Non che negli anni sessanta la legislazione a sostegno della cinematografia fosse tanto diversa rispetto ad oggi, in Europa, ma allora c'era (anche) il mercato e realizzare un film poteva (anche) essere un investimento. Dagli anni Settanta in poi, con la fuga dello spettatore delle sale, il cinema è diventato sempre più Monopolio di Stato: un bene culturale da tutelare con finanziamenti a fondo perduto, lasciando la massima libertà espressiva agli autori.
Un giocattolo perfetto: che ci sia o meno un mercato, un pubblico, ogni paese europeo ha una cinematografia completamente indipendente, con il suo star system.
Sì, un giocattolo perfetto: i governi non riescono, nonostante l'enorme peso dei finanziamenti pubblici, a condizionare in maniera significativa le produzioni cinematografiche, anzi spesso gli autori sono molto critici nei confronti del sistema politico e a volte lo sono, in maniera più precisa, nei confronti dei governi stessi.
Sembra che le cinematografie nazionali siano riuscite a rappresentare la libera espressione della società civile. Ma purtroppo non è così.
Non vi sembra che i film europei siano pervasi da un politicamente corretto sempre più rigoroso? Vediamone alcuni tratti comuni:
1) Massimo rispetto per tutte le minoranze: neri, ebrei, omosessuali, zingari, disabili. Un personaggio che appartiene ad una di queste categorie non potrà mai essere un personaggio negativo.
2) Localismo senza se e senza ma. Le tradizioni, i valori, gli usi e i costumi regionali vengono sempre descritti con benevolenza. Secondo questo ordine di idee, un film come Un tranquillo weekend di paura, che descrive una provincia assassina, non sarebbe nemmeno immaginabile.
3) Non si scherza con la guerra, con la morte, con la violenza, con la povertà, con la sofferenza umana. Perfino un Fantozzi, oggi, sarebbe considerato un po' blasfemo, perché: "Ma che c'è da ridere? Lo stanno umiliando!"
4) Su alcuni argomenti non si ammette la minima ambiguità morale, per cui scompaiono le sfumature e nascono dei veri e propri tabù.
E' un cinema di alfabetizzazione al senso civico, più che di vero interesse culturale, come lo decretano i legislatori.
Chi controlla tutto questo?
Nessuno. Le teorie del complotto sono molto suggestive, ma questa volta non ci aiutano. La verità è che il meccanismo economico, per quanto vorrebbe essere marginalizzato nel processo creativo, non può non influenzare, nel lungo periodo, la produzione cinematografica. E ora ne assaggiamo gli esiti.
Se a individuare le opere meritevoli, e a selezionare quindi le nuove generazioni di autori, sono le istituzioni, anche nella più piena libertà espressiva degli autori stessi noi avremo un cinema istituzionale.
Poniamo che, come spesso succede, il meccanismo funzioni alla perfezione e i condizionamenti di stampo politico siano ridotti al minimo. Il funzionario, che sia il membro di una commissione ministeriale o semplicemente della giuria di un piccolo concorso locale, non potrà fare a meno di tenere in considerazione il preciso impegno civile per il quale la commissione eroga il contributo o per il quale l'istituzione locale indice il concorso.
Ma il meccanismo spesso è ancora più semplice: i sindacati finanziano audiovisivi contro la precarietà nel lavoro, le associazioni ambientaliste finanziano audiovisivi per la salvaguardia dell'ambiente, le regioni e le province finanziano audiovisivi per la valorizzazione del territorio, onlus di ogni tipo finanziano audiovisivi per sensibilizzare il cittadino nei confronti del particolare disagio sociale di cui si occupano. La libertà espressiva degli autori è comunque forte rispetto al cinema di qualche decennio fa, poiché si prescinde dagli interessi del pubblico, che in questo modo rappresenta soltanto una massa da educare. Il messaggio di fondo però è blindato, quasi come in pubblicità.
Nel contesto di un mercato cinematografico sempre più povero, questi esempi di istituzioni che mettono a disposizione anche pochissimi soldi, diventano sempre più rilevanti per lo sviluppo delle cinematografie nazionali.
Così un bel giorno ci accorgiamo che al festival cinematografico più importante del mondo non si può parlare di pedofilia senza il didascalismo di una ferma condanna morale: pena i fischi di un pubblico abituato al cinema delle onlus. E poi scopriamo che non solo non si possono fare film, ma non si può nemmeno parlare in maniera vagamente ambigua di Hitler e di Israele, senza essere dichiarati "persona non gradita al Festival di Cannes".
LA MORALE
Nel 1934 viene adottato il cosiddetto Codice Hays per regolare cosa fosse "moralmente accettabile" nella produzione cinematografica statunitense. Se Will H. Hays, il suo autore, fosse ancora vivo, sarebbe decisamente soddisfatto dalla produzione cinematografica europea contemporanea. Negli anni trenta, le società di produzione americane, avevano capito che il gusto dello spettatore era, in una certa misura, orientato verso il sesso, la violenza e, più in generale, verso l'immoralità. Il Codice Hays interviene nel tentativo moralizzante di porre un limite al lucro delle società cinematografiche su alcuni aspetti morbosi. La parziale inefficacia del Codice è data dalla grande capacità degli autori e dei produttori americani di agire ai limiti delle regole, di alludere senza essere sufficientemente espliciti per essere censurati. Come abbiamo detto prima, il sistema europeo di finanziamenti al cinema è un giocattolo perfetto. E lo è anche da questo punto di vista: eliminando lo spettatore, i suoi gusti e le sue opinioni, selezionando in maniera sempre più diretta le nuove generazioni di autori, le istituzioni sono finalmente riuscite ad avere il pieno controllo del messaggio cinematografico.


