IL VALORE DEI LIBRI

So che molti miei amici e parenti vedranno questo articolo come un attacco, ma non lo è: se avessi voluto attaccare avrei fatto nomi e cognomi, gli attacchi indiretti li lascio alle bacheche di facebook.

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So che molti miei amici e parenti vedranno questo articolo come un attacco, ma non lo è: se avessi voluto attaccare avrei fatto nomi e cognomi, gli attacchi indiretti li lascio alle bacheche di facebook.

Sono cresciuto in una casa piena di libri: due librerie nello studio, e poi una grande, a parete, nel soggiorno, nel corridoio poi ogni anfratto era stato trasformato in un anfratto ove celare altri libri. Altri tomi. I miei genitori mi hanno cresciuto secondo principi di oculatezza: i soldi sono sempre stati spesi solo dopo un'attenta e dedicata implorazione, tranne che per i libri.

Mio padre mi ha sempre detto: “Se è per un libro non farti scrupolo”. Ed è vero. Libri fatti venire dall'Inghilterra perché nelle nostre librerie non c'erano, o costosissimi libri d'arte: erano libri e quindi si poteva spendere. Il libro era sacro? Forse. Non saprei dirlo. Essendo cresciuto circondato dai libri non saprei dire quando iniziai a guardarli in maniera diversa. Ho dei ricordi vaghi mentre giocherello con le cariatidi incise sui lati di una grande scrivania in legno, da bravo erotomane, fin dalla tenera età, ed anche in quel ricordo i libri sono lì. Intorno a me una sorta di barriera, uno scudo invalicabile contro qualcosa che non ha nome e non ha parole, qualcosa che non c'è nei libri.

I libri in casa mia non erano in ordine: anche le enciclopedie in breve tempo venivano confuse, messe nel posto sbagliato, e andavano a comporre quel quadro variopinto di copertine colorate (solo i libri di Bruno Vespa, regalo di natale, raggiungevano in breve tempo i punti più alti della libreria, per venire dimenticati e divenire col tempo parte della carta da parati).

In casa mia, TUTTI i libri erano importanti.

I miei all'inizio faticarono molto per farmi leggere. Non che non amassi leggere, semplicemente mi annoiavo. Volevo giocare a pallone nel viale e perdere tempo con le costruzioni, come tutti i bambini. Poi infine mi costrinsero. Il primo libro fu un libro di avventure per ragazzi Nel paese di Mitologia, il secondo fu Il nome della Rosa. Avevo capito che con i libri si poteva giocare in una maniera che nessun pallone e nessuna costruzione lego potevano permetterti. Armato delle parole giuste iniziai a giocare a pallone su campi di grano dorato sotto cieli indachi, cullato dallo sguardo di mille lune, e le mie costruzioni divennero cattedrali e abazie, perse su scogli di mari in tempesta.

Un giorno, mentre me ne stavo seduto a giocare con un atlante che riportava ancora l'U.R.S.S. e la Germania divisa in due (perché in casa mia i libri non venivano buttati MAI), vidi la copertina di un volume: era fra l'Atlante dei Pazzi di Lombroso e l'Enciclopedia Medica. Il titolo diceva: La Storia Infinita. Non dirò nulla di quel libro, anche perché questa è un'altra storia e andrà raccontata in un altro momento, ma posso dire cosa successe: capii il valore dei libri. Limitati a vite sfocate, bloccate in percorsi già scritti, destinati a effimere esistenze della durata di un battito d'ali, noi, razza geniale e terribile, abbiamo escogitato la soluzione all'enigma dell'esistenza, o come minimo, la più ardita delle scappatoie.

Ora vi faccio una domanda: quanto può valere un'automobile? Ve lo dico io, oscilliamo fra i 6000 e i 2 milioni di euro (Bugatti Veyron Super Sport). E un aereo? Siamo intorno ai 300 milioni di euro. E uno shuttle? Centinaia e centinaia di milioni. E quanto costa un portale che conduce oltre qualsiasi strada, oltre qualsiasi cielo, verso mondi che non possiamo neanche concepire? Sembra trito e melenso, lo so, ma il valore dei libri va calcolato in base alla loro utilità. E la loro utilità è migliorare la nostra anima, mente o chiamatela come volete. Da Palahniuk a Tolkien, da Calvino ad Asimov, da Marquez a Dante, ognuno di loro ci dona incubi e sogni giganteschi o minuscoli, realistici o improbabili, ma ci rendono in ogni caso capaci di immaginarli, e, come insegna Orwell, guarda caso in un libro: se non puoi descriverlo, non puoi immaginarlo.

QUINDI....

Se state bevendo alcolici, che avete pagato 10 euro, e siete venuti con la macchina, la cui benzina costa diciamo altri 10 euro (se siete di zona), fumate le vostre sigarette da 5 euro, indossate le vostre belle giacche da 100 euro, vi truccate con i vostri cosmetici dal valore incalcolabile e giocate con il vostro cellulare da 700 euro, fatemi la cortesia di non dirmi che 20 euro sono troppi per un libro. Dite piuttosto: “non ho voglia di leggere il tuo libro” o, semplicemente: “non ho voglia di leggere”. La prima è una vostra liberissima scelta che, come dice anche Pennac -altro libro, che caso...- posso addirittura avallare. La seconda è un ammissione di indolenza che difficilmente trova giustificazione, anche nelle menti più rozze.

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